Nutrire il corpo durante e dopo il cancro: tra cura e paura del doppio maligno

Riflessioni psicodinamiche sul rapporto con l’alimentazione nelle donne con il cancro

Il cancro è un evento traumatico che incide profondamente sull’immagine corporea, sull’identità e sul senso di continuità del Sé.

Dal punto di vista psicodinamico, il cibo è un oggetto simbolico primario. Può succedere che alcuni pazienti, dopo la remissione o anche durante la malattia, vivano la nutrizione come una forzatura, manifestando vissuti di vulnerabilità e di estraneità nei confronti del corpo. In alcune donne, mangiare può diventare un’esperienza carica di angoscia e ambivalenza, come se alimentarsi significasse, a livello inconscio, alimentare anche ciò che lo ha minacciato.

Il corpo viene vissuto come un traditore, con la presenza di un doppio maligno, un nemico da sconfiggere.

In termini psicodinamici, il tumore può essere rappresentato come una forma di estraneo interno, un elemento perturbante che emerge dall’interno.

In questo senso, il cancro può essere pensato come un doppio maligno, una parte interna scissa e vissuta come persecutoria, che altera profondamente il rapporto con il corpo e con le sue funzioni.

Alimentazione e fantasmi inconsci: il cibo come oggetto ambiguo

Poiché il cibo assume una valenza simbolica, e mangiare significa alimentare il doppio maligno, anche il cibo può diventare fonte di angoscia.

Per il paziente, infatti, nutrire il proprio corpo viene associato all’immagine di “rafforzare” il cancro, favorendo la comparsa di eventuali recidive.

Controllo alimentare e organizzazione difensiva

Il paziente spesso trova delle modalità difensive con il controllo dell’alimentazione, in quanto questo diventa una modalità per ristabilire un senso di padronanza del proprio corpo.

Il cancro al seno

Il seno rappresenta la dimensione simbolica del nutrimento, è legato alla funzione materna e alla cura.Il senso di affidabilità del nutrimento risulta compromesso, così come l’incapacità di assicurare un senso di continuità.

Il lavoro terapeutico: simbolizzare il doppio maligno

Il lavoro psicoterapeutico consiste nel separare il corpo dal tumore, in modo tale che il paziente possa vivere il proprio corpo non più come una minaccia, ma come un alleato, dove il cibo introdotto diventa una cura per il sé e non un nutrimento per il cancro.

Lutto della progettualità

Molti malati di cancro perdono, a tratti o del tutto, la spinta a progettare fluidamente la propria vita nel futuro, smettono di fare programmi o perdono il gusto di farli.

Il paziente vive infatti in una costante attesa, in uno stato di tensione, quasi come a ricordare che la recidiva è dietro l’angolo.

D’altra parte, il lutto della progettualità rappresenta un meccanismo di difesa del malato di cancro.

In una fase dove la presenza del doppio maligno fa emergere un forte sentimento di angoscia e di rifiuto del cibo, dal punto di vista psicodinamico, è fondamentale riuscire ad interrompere questa visione del paziente, focalizzandosi sulla riappropriazione del proprio corpo come luogo di cura, per il quale è possibile avere fiducia e sviluppare un rapporto sano ed equilibrato.

In questo contesto, il percorso psicoterapeutico può offrire uno spazio in cui questi vissuti trovano ascolto e significazione, aiutando il paziente ad una riappropriazione del senso di continuità e di fiducia in se stessi.

@Ilaria Calza – Psicologa Psicoterapeuta. Tutti i diritti riservati.